
«E’ dunque compito della scuola non solo formare i futuri cittadini con disabilità, ma educare tutti, al fine di costruire, collettivamente, culture, pratiche, e relazioni capaci di considerare la disabilità come ordinaria e legittima».
Ricercatore in Didattica e pedagogia inclusiva all’Università degli Studi Milano-Bicocca, Matteo Schianchi ha scritto negli ultimi anni diversi contributi di approfondimento sul tema della disabilità. Molto interessante dal punto di vista della ricostruzione storica argomentata è il suo “Storia della disabilità” alle stampe per i tipi di Carrocci editore nel 2018.
“Scuola e disabilità” è un libro snello, accessibile e di agile lettura, che ripercorre, senza timore di dispiacere, molti non detti dell’inclusione scolastica, con una finalità di riflessione culturale interessante, a cui la quarta di copertina non rende onore.
A partire da una ricostruzione, essenziale ma chiara, in chiave storico-culturale della presenza di persone con disabilità nelle scuole italiane, l’autore offre ragionamenti volti a mettere in discussione la postura professionale dell’insegnante, considerando il diverso passo con cui le norme e le culture implicite maturano, anche nella nostra scuola inclusiva.
«Occorre dunque considerare la specificità delle singole condizioni esplorando il campo del possibile, rispettando la dignità intrinseca delle persone, i diritti in loro connaturati, il loro essere soggetti e non oggetto di sopruso e trattamenti imposti. […] Non sei tu, studente disabile, con le tue menomazioni, a essere in difetto rispetto all’ordinarietà scolastica, ma siamo noi, insegnanti, insieme all’istituzione scolastica, con la nostra cultura educativa e didattica, a dover contribuire al meglio alla tua miglior crescita, con le tue menomazioni. Siamo al cuore della costruzione dell’identità professionale del docente e del lavoro collegiale degli insegnanti».
Intorno a quel meglio per si snoda parte della trattazione, passando dalle trappole del linguaggio (gli obiettivi minimi, sono minimi rispetto ad una presunta normalità e non il massimo – obiettivo appunto – per la persona a cui sono assegnati), al tema dell’autodeterminazione della persona con disabilità (cosa facciamo per e quanto sappiamo rendere dignitosa, effettiva e non meramente formale la partecipazione dello studente al GLO?), ad una postura critica interessante del disequilibrio tutt’ora presente nelle scuole fra l’assistenzialismo implicito di alcune pratiche (l’insegnante di sostegno dello studente) e la necessità di mettere a terra la dimensione sociale dell’inclusione (come da modello ICF e Convenzione ONU).
«Le caratteristiche e i bisogni specifici spingono verso un’individualizzazione della disabilità: se ne perde, in gran parte, la dimensione sociale e relazionale. I temi dell’inclusione e la normativa hanno portato al riconoscimento definitivo di chi ha una disabilità, ma ciò è fatto in termini individualisti. Lo studente è oggetto di un approccio centripeto. L’individualizzazione è così un fine e non, come dovrebbe essere, uno strumento».
Sia ben inteso, l’autore non critica le scuole, ma ne raccoglie gli umori e le prassi, offrendo un contributo alla complessità del ragionamento. Il tema non sono solo le scelte didattiche, organizzative, pedagogiche, ma anche e soprattutto le dimensioni culturali implicite che continuano a modellare la professionalità docente, indipendentemente dalla – relativa – rapidità con cui le norme innovano. E ancora, Schianchi si spinge a chiedersi il perché certe culture fatichino ad allinearsi alla moderna concezione dell’inclusione, affondando sul tema dell’identità e del riconoscimento dell’altro, fuori da ogni perbenismo. Non una questione di sola scuola, dunque. Ma di culture e politiche.
«Non possiamo di certo scinderci, frammentarci: sguardi, pensieri, sentimenti, vissuto psicologico, retaggi culturali, modelli di vita e sociali sono intrecciati e sedimentati, da lungo tempo, nella nostra identità e nelle nostre relazioni».
Nel ragionamento entra a pieno titolo il concetto di stigma, come tratteggiato da Goffman (2003), dove ciò che è appare caratteristica dell’individuo viene riconnotato come relazione sociale. E in questo passaggio assume una violenza discriminatoria implicita, spesso non riconosciuta. «Lo stigma non è, dunque, legato a una negazione dell’altro e della sua mancata ordinarietà: è espressione di uno specifico senso morale e di una serie di emozioni e sentimenti che chiedono di affermarsi. E’ il senso morale del disagio di fronte ai funzionamenti non ordinari che invoca continuamente il bisogno di ordinarietà, il normale corso delle cose. […] Invece di lasciarsi mettere in discussione trovando modi, strategie, comportamenti, relazioni che favoriscano il rispetto di ciascun funzionamento, cioè di ciascun individuo, è più facile puntare il dito sull’anomalia dell’altro. Tutto ciò accade senza volerlo, né progettarlo, né desiderarlo apertamente, ma accade».
A ciò di aggiunga l’impatto potentissimo della dimensione medicalizzata di tutta la partita. Innegabile: una diagnosi è ciò che fa partire il processo (solo parchè parliamo di disabilità, altro sono i BES, ma questo meriterà altre righe e riflessioni). Logica, ragionale, oggettiva, scientifica. Spesso cristallizzata. Chiediamo aiuto all’etimologia: Dïàgnoṡi s. f. ;dal gr. διάγνωσις, dal tema di διαγιγνώσκω «riconoscere attraverso» (rif. Vocabolario Treccani). Abbiamo dunque a disposizione una lente, un modo di vedere le caratteristiche di una persona. Una delle possibili lenti: connotante, essenziale, ma pur sempre una. E qui torna l’autore a riflettere quando sottolinea che «Al potere e alla veridicità della diagnosi di disabilità corrisponde, spesso, la rinuncia dei docenti alla propria basilare prerogativa di interpretare, secondo la propria cultura e i propri saperi, le singole condizioni degli studenti per agire sul piano relazionale e didattico-pedagogico». Una sorta di terapia scolastica, fatta di misure compensative e dispensative, spazi dedicati variamente connotati, tempi differenziati. Come ogni terapia, personalizzata e specifica, con buona pace della dimensione sociale e delle possibilità abilitanti e disabilitanti del contesto.
Solo marginalmente il saggio affronta, in alcuni passaggi, la sfumatura di idealizzazione della presenza di persone con disabilità nelle classi quali esempi salvifici. Più spesso, l’autore muove dalla pancia, sfidando parole indicibili e dando voce a quel rigurgito di segregazionismo che – nemmeno troppo in sordina – serpeggia ammantato di buonismo nei corridoi delle scuole (su questo si veda Ianes e Augello, 2019). Rigurgito riconosciuto esplicitamente dall’autore e in modo netto osservato, pur nettamente bollato come antistorico e da contrastare.
L’ultimo capitolo del libro contiene un passaggio interessante sul linguaggio, degno compendio dei più ampi glossari descritti in un altro contributo di questo blog.
A parte qualche imprecisione ordinamentale al paragrafo rubricato Curricoli scolastici diversi, (comprensibile, è terreno altro rispetto a quello dell’autore), il testo è un buon punto di partenza per uscire dalla semplificazione delle logiche ed apre al pensiero e all’azione professionale degli insegnanti in direzione di un equilibrio tra dimensione sociale, riconoscimento di diritti e tutele ed evoluzione consapevole delle pratiche didattiche, attraverso posture critiche e riflessive dei professionisti dell’insegnamento.
Bibliografia
Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (ONU, 2006) ratificata in Italia dalla L. 3 marzo 2009, n.18.
Dario Ianes, Giovanni Augello, “Gli inclusio scettici. Gli argomenti di chi non crede nella scuola inclusiva e le proposte di chi si sbatte tutti i giorni per realizzarla“, Erickson, Trento, 2019, pagg.120
Erving Goffman, “Stigma. L’identità negata“, Ombre corte, Bologna, 2003, pagg.181
Matteo Schianchi, “Storia della disabilità: Dal castigo degli dèi alla crisi del welfare“, Carrocci editore, Roma, 2018, pagg. 255